Accordo in Libia, l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione

EDITORIALE
Barbara Ciolli
20 dicembre 2015

Il 17 dicembre in Marocco parte delle fazioni in guerra in Libia ha firmato l’intesa per un governo di unità nazionale. Un accordo, se si concretizzerà, storico: la popolazione spera nella pacificazione dopo quattro anni di turbolenze, la comunità internazionale prepara una missione di peacekeeping a guida italiana. È d’obbligo crederci ma è un ottimismo della volontà, non della ragione. L’esecutivo “della concordia” uscito dai negoziati dell’Onu non è accettato dai capi dei due blocchi al potere contrapposti, cosiddetti islamisti e laici. Per non parlare dei jihadisti di Ansar al Sharia che comandano a Bengasi, dei qaedisti di Derna, della roccaforte Isis di Sirte.

Il presidente del Congresso nazionale di Tripoli Nuri Busahmein, capo del parlamento islamista, e il generale Khalifa Haftar, che ha in mano il parlamentino laico a Tobruk, si fanno la guerra dal 2013. Hanno entrambi fatto assaltare il Congresso e tentato golpe per scavalcare le elezioni democratiche: una guerra civile che non si è conclusa con la presa degli islamisti di Tripoli, nell’estate del 2014. Busahmein e Haftar guidano tuttora potenti milizie, foraggiate da potenze straniere (Qatar e Turchia, contro Egitto ed Emirati arabi), e fino all’ultimo hanno tentato di scongiurare l’accordo dell’Onu, incontrandosi a Malta e pilotando fronde di parlamentari.

 

Mentre a Skhirat i rivali di buona volontà sottoscrivevano il compromesso – le donne libiche hanno cantato l’inno nazionale per interrompere le liti dell’ultimo minuto – a Tripoli Busahmein proseguiva come se nulla fosse la sua seduta parlamentare in un’aula semivuota. Nella capitale molte milizie restano contrarie all’insediamento del governo di unità: non è chiaro quanti dei parlamentari “uscenti” di Tripoli e Tobruk stiano con l’intesa e si temono futuri nuovi assalti alle istituzioni. I presenti in Marocco (la minoranza) dicono di essere la maggioranza, adducendo pacchetti di deputati assenti ma favorevoli.

In realtà entrambi i parlamenti e i governi potrebbero continuare a operare sine die e si potrebbe aprire una faglia anche nel cartello degli islamisti, tra le milizie di Misurata e quelle di Busahmein. Il nuovo inviato speciale dell’Onu in Libia, il tedesco Martin Kobler, ha accelerato molto le trattative, puntando a chiuderle il prima possibile. Entro 40 giorni vuole portare il nuovo esecutivo nella capitale, ma il suo consigliere militare, l’italiano Paolo Serra, sta ancora facendo moral suasion tra le milizie e avrebbe trovato sostegno in particolare nelle brigate di Misurata, la città-Stato di commercianti che più paga lo scotto per essersi alleata per interesse anche a gruppi di jihadisti: croci nei cimiteri dei morti in battaglia contro l’Isis, oltre mille sfollati dalla vicina Sirte.

Ma altre milizie puntano i piedi. I firmatari di Tripoli e Tobruk avranno di certo accettato la proposta dell’Onu anche in cambio di poltrone delle quali il nuovo governo abbonda (un premier e due vice premier con potere di veto, ampio parlamento e Consiglio di Stato consultivo, per includere e accontentare il più possibile tutti), ma sono dei dead men walking. L’esecutivo bipartisan non avrà vita facile, anche perché chiamato a decidere su i vertici della Lia (Libyan Investment Authority) e della Banca centrale, le due casseforti finanziarie pomo della discordia dalla caduta di Gheddafi.

Veti e contro veti lo bloccheranno, anche sulla missione peacekeeping dell’Onu. La comunità internazionale conta di usare il governo di unità come interlocutore per legittimare un intervento per la stabilizzazione e contro l’espansione dell’Isis: un contingente di 5 mila caschi blu italiani e mille inglesi a protezione delle sedi istituzionali di Tripoli e al confine tra Libia e Tunisia, dove passa un corridoio dell’Isis. Unità speciali sarebbero in arrivo, da mesi si rincorrono voci di militari italiani già in Libia. Ma i libici non vogliono stranieri in casa, non sono capaci di disarmare le milizie e formare un esercito ma vogliono fare di testa loro: Tobruk e Tripoli hanno sempre detto di no a missioni internazionali e anche il terzo governo vuole solo “addestratori”.

Anche la minaccia dell’Isis, per i libici sarebbe “sovrastimata” dagli Occidentali. Ci sarebbero infiltrati, mele marce sedotte dal Califfato tra gli scissionisti di Ansar al Sharia e tra gli islamisti, ma niente di sostanziale. L’unico posto dove l’Isis avrebbe davvero attecchito, dicono, è nella città natale di Gheddafi, tra i consanguinei dell’ex Colonnello estromessi dal potere e dalle lotte fratricide. Gli impresentabili di Sirte che avevano tutto e ora gli unici libici – fino al crack delle risorse finanziare – a non avere più nulla da perdere.

 

Barbara Ciolli
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@BarbaraCiolli

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