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Cornelia I. Toelgyes
30 giugno 2014
Maria è una bella ragazzina di solo quattordici anni. E’ una Dinka di Bor. Il suo papà è morto qualche anno fa. Con la mamma ha perso i contatti a causa del conflitto. Lontani parenti l’hanno portata a Juba. Le amiche l’hanno avviata alla prostituzione, come spesso succede.
Susanna è orfana. Anche lei ha solo quattordici anni. Dice che solo con la prostituzione non ce la fa a vivere. “Sono piccola, non posso prendere più di tre clienti al giorno, ma anche così mi stanco e talvolta non posso lavorare per diversi giorni”.
La guerra è anche questo. Uccide dapprima i genitori, i familiari, poi si viene derubati della propria infanzia, giovinezza, delle speranze, dei sogni. Poi invece di un fucile, ti ammazza l’AIDS.
Spesso gli sfollati perdono il contatto con i propri familiari, dunque viene a mancare il ruolo della famiglia tradizionale che protegge il minore, che viene lasciato solo e deve badare a se stesso in tutti i sensi. E specialmente le ragazzine sole sono ad alto rischio prostituzione, come riferisce un funzionario dell’ambasciata degli Stati Uniti ai reporter di Al-Jazeera.
Prima che scoppiasse la guerra civile le prostitute erano quasi tutte straniere; provenivano dal Kenya, DR Congo, Uganda, ma sono scappate. Sono state sostituite da Maria e Susanna e da centinaia di altre ragazze che ora lavorano al mercato di Gumb e Jahel.
Un bordello rende bene. Più o meno millecinquecento dollari al mese. Niente male, se si pensa che il reddito medio pro capite è di settecentonovanta dollari l’anno. Purtroppo i proprietari non vengono perseguiti dalla legge. La polizia prende la questione molto alla leggera. Al massimo fermano le ragazze, se vengono trovate in possesso di profilattici, segno evidente di prostituzione! La polizia in questi casi non esita estorcere denaro: gli agenti sono capaci di violentare le ragazze/bambine e chiedere centoventicinque dollari in cambio della libertà – riferisce una donna, che ha chiesto di mantenere l’anonimato.
Sta di fatto che dal 1° Aprile 2013 al 31 marzo 2014 il governo non ha aperto nessuna inchiesta, perseguitato nessuno contro la prostituzione minorile.
C’è dell’altro. Molte donne vanno alla ricerca di ragazze nelle province. Promettono ai familiari di prendersi cura delle loro figlie, di trova loro un lavoro, magari come donne di servizio. Invece le avviano alla prostituzione, come riferisce Regina Ossa Lullo, direttrice di Gender and Child Welfare del Ministero agli affari sociali e minorili. “Il Ministero non ha soldi per indagare e approfondire questo dramma, perseguire chi riduce in stato di schiavitù queste ragazzine”.
Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes
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